Per Sorella Musica

Un’esperienza nuova l’avvicinamento a questi tre autori musicali [Messiaen, Schnittke, Gubaidulina): Per Sorella musica, il testo di Bertoglio, è certamente essenziale per imparare ad ascoltare le composizioni e a comprenderne lo stile potente, insolito, ricercato, raffinato – che detti autori hanno costruito sottoponendo e “passando” la propria vita ad un ferreo setaccio, perché le opere fossero pure (anche se difficili).

Emma Dovano, “Cronache”, 21.5.2010

Gli appassionati di musica gusteranno queste pagine scritte dalla concertista e musicologa Chiara Bertoglio. […] Oltre all’ispirazione in campo musicale, la poesia di san Francesco viene commentata da dieci personalità della cultura contemporanea in una vivace “postfazione corale”.

“Settimana”, 7.3.2010

Il libro è un approfondimento del Cantico delle creature, presentato dapprima nelle sue proprie caratteristiche, poi nella rielaborazione che di esso hanno fatto tre musicisti del Novecento: Olivier Messiaen, Alfred Schnittke, Sofia Gubaidulina. Gli accostamenti tra questi autori e il Cantico vengono approfonditi considerando i testi da essi utilizzati insieme all'opera musicale che li riveste. Conclude il volume un commento a più mani, perché ogni versetto di esso è affidato a un autore diverso. Un volume fatto di allusioni e di richiami tematici, come spinta all'approfondimento soggettivo del testo di France

"Il regno", 15.7.2014, pp. 475-476. 

Conclusione – di Davide Rondoni

È che ci vuole un testo come questo. Non c’è scampo. Insomma, sono testi che ci fanno andare dove è necessario, ed è bello, andare. Ha fatto bene Chiara Bertoglio. Ha preso su di sé la fame che abbiamo tutti di queste parole, e ci è tornata su. È tornata al Cantico. Al testo che sta nel cuore, e sotto i piedi e nelle mani della cultura – ma no, buttiamola per un attimo questa parola ormai resa antipatica, e diciamo: nel pensiero, nello sguardo, nel respiro.

È tornata alle parole di quel santo che sta nel centro vivo del nostro sguardo italiano, sta nel fuoco, nella zona non appannata del nostro pensiero del mondo. Del nostro modo di toccare la realtà, sentendola fraterna. Piena di difetti, come ogni nostro simile fratello o sorella, natura non madre, non padre, non dio. Ma motivo di lode. E di sguardo rispettoso. Da lì, anche da lì nacque e rinasce e può, speriamo, rinascere, la capacità italiana di guardare alla realtà con incanto e ingegno, senza occhio rapace, da lì, anche da lì, nacque l’arte italiana, e il modo italiano di guardare il reale, il nostro “stile” di sguardo. Ha fatto bene Chiara a tornare a quel testo, scritto dall’uomo che baciò la lebbra e parlò alla ferocia del lupo, che sapeva gli scandali della natura fraterna – e dei fratelli uomini e delle sorelle – e che alzò, fino a una settimana prima di morire, il cantico. Perché tornare lì bisogna, se non vogliamo perdere tutto. Tutto. Lo sguardo e il cuore, il bacio e la stretta di mano, la carezza e il gesto creativo.

Ha fatto bene, perché il rischio è che vinca la lebbra. Quella dell’animo che non ha più cantico per il mondo. La lebbra che chiude gli occhi nel cinismo di chi pensa di essere in balia solo di una natura Madre che, seguendo il copione di un ubriaco, ogni tanto si volge in Matrigna. La lebbra di chi non vede più fraterno nulla.

Ha fatto bene Chiara – dal nome francescano – a tornare lì in compagnia di grandi musici del nostro tempo. Ognuno diverso e ognuno rivolto lì. Uno coi suoi drammi personali offerti nel dettato altissimo e profondo; l’altra coi suoi strumenti popolari che diventano nobiltà purissima; e l’altro con le sue aspirazioni ecumeniche.

Ne è nato un testo colto e partecipato. Urgente e paziente. Ha fatto bene Chiara, ha fatto molto bene.

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